Preghiera Profana #07

«Quando una preghiera è profana? Esistono solo preghiere Sacre? Come funziona? Dove sta il confine?»

  Se andiamo a vedere l’etimologia della parola Profano, scopriamo che la sua derivazione latina indica cioè che sta davanti al tempio ma non gli è concesso entrarvi, “pro-fanum”: davanti al tempio. Per restare in argomento della preghiera in questo caso del titolo di oggi “Preghiera Profana”, possiamo considerare che come abbiamo visto nella puntata #01Preghiera e Richieste-Aspettative”la nostra “richiesta” è indirizzata al Divino, alla Divinità, al Sacro, all’Eterno. In questo Cammino spirituale di Ricerca Interiore, in questa Via Mistica, la nostra Coscienza si mette letteralmente in contatto e a disposizione dell’Essenza, ovvero si dispone a un dialogo con essa, quanto meno ne fa richiesta.

   Possiamo facilmente comprendere che una preghiera che non fosse indirizzata a questa Entità Superiore ma qualunque altra, si dovrebbe considerarla profana. Questa distinzione fra sacro e profano solo per chiarire un po’ le cose. In realtà, in questo Cammino Interiore meno distinzioni si fanno e meglio è. Le distinzioni servono solo un istante per fare chiarezza e comprendere l’unitarietà delle parti, che poi vanno immediatamente ricondotte alla loro origine comune, cioè abbracciate entrambe. L’origine comune della preghiera sacra e di quella profana è certamente il loro minimo comun denominatore, vale a dire l’Essere Umano, colui che prega.

   Esistono molti livelli evolutivi della coscienza umana, uno di questi è quello nel quale l’essere ritiene di non dover mai chiedere nulla a nessuno, ritiene che ciò che ha finora ottenuto lo deve solamente a se stesso e al suo lavoro; è convinto di non dover chiedere mai nulla a nessuno nemmeno in futuro, perché come ha fatto fino a oggi così farà anche in futuro. Queste sono ovviamente solamente le sue parole, nei fatti è una persona che spesso si ritrova a volgersi ai santi, alla mamma o al papà che non ci sono più, chiede aiuto a un dio che non conosce o chiama un profeta per cercare sostegno; ma lo fa in silenzio, quasi di nascosto anche da se stesso: è un essere che non ammetterà mai di pregare per chiedere qualcosa, non a parole, non mentalmente. Questa persona, quando le cose gli scorrono lisce, asserisce di non pregare mai (in senso spirituale), quindi qualunque sua “richiesta” la potremmo considerare una preghiera profana.

   Questo solamente, come dicevamo sopra, per chiarire le idee. In fondo sappiamo bene che gli esseri umani sono tutti uguali e tutti devono per forza di cose dialogare col proprio cuore; l’unica differenza la fa il fatto che alcuni si vergognano di ammetterlo e si coprono con pesanti armature (senza sapere che dal peso dell’armatura si capisce al volo la debolezza di quell’uomo). Per comprendere meglio “L’Armatura” si veda il secondo libro nella Collana “Della Coscienza” intitolato “Quali Sono Le Porte” al capitolo nr.6 paragrafo “L’Armatura”.

   A ben guardare e andando all’origine delle cose del mondo, scopriamo che la Preghiera Profana non esiste: la Preghiera è nella sua essenza un atto di profonda umiltà; con esso un essere si mette in posizione di sudditanza rispetto all’entità cui si rivolge e domanda qualcosa di cui ha necessità e mancanza. Lo stesso atto col quale un essere può domandare presuppone umiltà: non esiste una preghiera arrogante. Può esistere una “pretesa” arrogante, ma non sarebbe più una preghiera, una domanda. Invece un atto di comunicazione che preveda un passo indietro è sempre un atto benedetto dal cielo di questa Ricerca Interiore, perché è un’apertura, una disposizione, un’attesa. Per esteso si può comprendere che ogni “apertura” al dialogo è sempre un’apertura del cuore.

Tenshiro.

   Aveva già viaggiato molto e dal suo ritorno dall’India non desiderava più allontanarsi: ciò di cui aveva bisogno, ciò di cui domandava venne a trovarlo spontaneamente, quando fu il giusto momento e il giusto luogo. Fu quando l’aereo era ancora fermo sulla pista di New Delhi; la sua coscienza esplose in modo improvviso, il suo corpo s’ingrandì assieme all’aereo stesso e tutto fu più grande, tutto fu maggiore consapevolezza, allargata, più estesa, una nuova più vasta Coscienza. Ne fu immensamente felice Tenshiro, che oramai era quasi trentenne.

   Da allora in avanti avrebbe dovuto cominciare a occuparsi di un’entità molto difficile e ostica, assai oscura e nascosta: il suo Ego. Ora che le battaglie iniziali erano superate ne iniziava una che difficilmente altri esseri intraprendono. Moltissimi infatti si fermano proprio qui, al primo conseguimento, considerando il cammino terminato alla realizzazione di una Coscienza “allargata”, al raggiungimento di quella quiete. Tenshiro sapeva bene per istinto, a fiuto, che quando tutto tace è pronto l’attacco, che quando tutto è calmo sta per arrivare la tempesta e senza ombra di dubbio percepiva nell’aria che se la battaglia sembra vinta è proprio lì che il duello ha inizio.

   Allora si mise comodo sul sedile di quell’aereo e si godette il suo Cielo da sopra le nubi fino all’arrivo. Dormì qualche ora, poi dovette prendere un treno. Ciò che il cielo gli aveva preparato era lì pronto ad aspettarlo, già seduto al posto giusto, con la giusta compagnia. Tenshiro era pronto senza essere pronto: aveva già conosciuto molto bene le regole di questa battaglia e aveva già provato che la migliore preparazione è la non-preparazione, la spontaneità, scorrere come l’acqua adattandosi. In questo modo non incontrò nessuna difficoltà nell’affrontare una lotta che lo avrebbe accompagnato per diversi anni. Quando arrivò a destinazione, al suo ritorno, era molto cambiato, non era lo stesso: come ogni buon viaggiatore era partito e mai più tornato; sapeva bene che chi torna non è chi è partito. Quell’estate Tenshiro era tornato senza armi e considerando: non c’è soldato più armato di chi ha gettato le sue armi.

24 Ago 2020                         Claudio Panicali

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