Preghiera e Solitudine #08

«Chi prega è una persona più sola? Perché in solitudine si prega meglio? E’ vero che è così?»

  Generalmente le persone pragmatiche, materialiste, quelle molto mentali, che in generale non pregano ma vedono la realtà in modo oggettivizzante tendono a vedere le persone che pregano come solitarie, bisognose di una compagnia che non hanno. Nel loro modo di vedere il mondo, chi prega, trova in questo modo conforto e sostegno in qualcuno che non vedono ma che sono convinti esistere. Loro invece, i materialisti, trovano compagnia fra le altre persone come loro, non fra personaggi immaginari, di cui non hanno nessuna prova dell’effettiva esistenza… Questo modo di pensare è proprio il pragmatismo, ovvero, concretezza. In realtà la solitudine vera e propria la si può sperimentare quando si rimane soli senza nessuna persona cui rivolgere la parola e senza null’altro cui sapersi rivolgere per un consiglio o un conforto, un sostegno.

   Persone così sono anche spesso arroganti, baldanzose e narcisiste: si vantano di conoscere persone celebri, si lodano di essere molto comunicativi ed apprezzati da molti, si crogiolano nella loro capacità discorsiva come questa fosse una condizione eterna, immutabile; non ammettono e non vogliono vedere che tutti e loro stessi sono soggetti al cambiamento, come le situazioni della vita, come il mondo, come il proprio rapporto col prossimo e di quello stesso nei nostri confronti. In vero, sono proprio questi materialisti le persone più sole. Chi prega non si troverà mai in quella condizione miserevole, perché avrà sempre un “Divino”, un Sacro con cui dialogare. Solitudine non è essere soli, solitudine è sentirsi soli.

   La preghiera non richiede affatto l’isolamento dagli altri, tuttavia può essere espressa con maggior raccoglimento in luoghi poco chiassosi. La solitudine e non l’isolamento, è la maestra più grande che si possa conoscere; ci mette in contatto con la nostra interiorità e fa si che il nostro dialogo s’apra all’intero universo. In fin dei conti, non si può essere soli mai più dopo aver conosciuto e sposato la solitudine. Se devo dire a cosa somiglia, dico che è simile ad un silenzio di sottofondo di là dal chiasso del mondo. Se devo dire cos’è, dico che è esattamente la nostra interiorità sposata con l’essenza universale. In vero, esiste la solitudine, ma non l’essere soli.

 

Tenshiro.

Quando Tenshiro scoprì la solitudine? Forse non c’è risposta: in vero più che la solitudine ha sempre percepito dentro una coscienza di se stesso, una ingombrante presenza introspettiva, la continua percezione di un sé che lo poneva ogni istante in rapporto con tutti gli esseri nello stesso momento. Tenshiro ha percepito da sempre la sua vita come una missione, come un compito da svolgere, come un mandato da portare a termine. Fu inevitabile per lui, verso i venticinque anni, trovarsi degli alleati, fare in modo da poter avere vicino altri esseri con cui avere un dialogo e potersi confrontare sullo stesso piano.

   Fin quasi all’età di trent’anni non fece che limare e smussare le asperità di una “regola interiore”, di una moralità severa che non gli avrebbe concesso nessuna comunicazione, in quanto troppo ferrea. Tenshiro, in quel tempo, passeggiando lungo il fiume nel centro della città, passò davanti ad un teatro insolitamente aperto: sulla locandina si parlava di una conferenza sul tema della meditazione zen tenuta da un grande maestro che era allievo di etc… Incuriosito volle entrare a sbirciare.

   Sul palco solo due figure totalmente calve e simpatiche vestite di uno strano saio, scuro fuori e bianco dentro, molto lungo e da cui sbucavano solo i piedi, le mani e la testa. Le luci della ribalta infatti mettevano molto in evidenza questi dettagli. Salì i gradini dell’auditorium e andò a sedersi silenzioso circa a metà altezza. Non dovette restare a lungo seduto, infatti erano le ultime battute, giusto il tempo di un aneddoto del monaco oratore e di una domanda dal pubblico: “Si d’accordo, ma una volta trovata l’illuminazione cosa ci fai?”. La risposta fu immediata: “Disse una volta Buddha Ovunque ci sarà un essere bisognoso della luce io andrò. Tenshiro non poté più dimenticare quelle parole, anche se non erano proprio le stesse, perché il loro senso gli balenò dentro all’istante e in un attimo fuggevole come una scintilla dal fuoco comprese quale era il senso di moltissime cose, alcune delle quali stavano germinando proprio in quel momento nel suo cuore.

   Si alzò discreto come era arrivato e uscì da quella sala. Fu in quell’occasione che si prese nota dell’indirizzo del tempio zen da cui quei due monaci provenivano. Considerò che, forse, era il caso di approfondire questa via. Senza rendersene conto ora aveva dei grandi alleati: la via dello zen gli somigliava molto; per di più aveva scoperto che il piccolo tempio sorgeva proprio sulla riva del fiume che lui tanto volentieri frequentava.

29 ago 2020                         Claudio Panicali

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