“Tu come La Vedi?”

   Da quando mi sono iscritto ad alcuni gruppi sociali, in rete web, ho potuto leggere un po’ meglio il pensiero filosofico e spirituale di molti e devo dire che assai raramente s’incontrano parole profonde. Che cosa intendo dire? Leggo nei post e, nei commenti ad essi, molte citazioni di testi sacri, citazioni di filosofi e grandi pensatori. Ancor più spesso viene aggiunta la domanda: “Cosa ne pensate?”. Ma soprassiederei su quest’ultima forma che serve solamente a generare colloquio e ancor più spesso “traffico” (come dicono gli informatici). Quello che mi colpisce, dicevo, è come mai nel pensiero di molti ci siano così tante parole “altrui” e così scarse parole proprie. Giusto ieri, dialogando con un’amica davanti alla sua libreria e mentre mi mostrava la sua nuova voluminosa collana dal titolo Filosofia, ci si trovava d’accordo sul metodo di insegnamento ai figli circa il pensiero filosofico. Mi diceva che i suoi bimbi, nove e dieci anni, leggono con lei vicino dei filosofi classici perché questi spesso aprono la mente a pensieri che prima non avevi. Mi ha trovato d’accordo, anche se ho puntualizzato che assieme allo studio dei classici, per l’appunto, c’è bisogno che i bambini siano educati ad esprimere il proprio pensiero, a dar forma a idee proprie: basarsi sul pensiero di menti illuminate serve ad aprire la mente, a stimolare il ragionamento o le percezioni in direzioni diverse da quelle consuete, non serve assolutamente ricordare le parole e i discorsi, nemmeno serve ricordare in che punto del testo sacro una frase di saggezza si trovi, ancor meno serve citare di continuo fonti del passato. Se dialogando esprimiamo il nostro pensiero con umiltà e rispetto certamente otteniamo attenzione e considerazione, diversamente otteniamo distanza e distacco, si percepisce mancanza di spessore nell’animo, mancanza di profondità, quasi ci si nascondesse dietro le parole altrui (e di fatto è proprio ciò che accade). Il titolo di questo articolo è “Tu come la vedi?”, proprio perché sarebbe meglio ed opportuno esprimersi, cercare dentro se stessi le parole giuste, non farsi vanto, più semplicemente, di saper citare questo o quel pensatore; questa arroganza, questa saccenza non giova ai rapporti sociali, non giova nemmeno a chi ne fa uso: in questo modo si rimane sempre più soli e sterili, non si coltiva più il proprio giardino, ma si continua a perdere sempre più tempo nel citare le bellezze dei giardini altrui, per dirla in metafora. La verità è che ci si vanta di poter argomentare di saggezza e di illuminazione, ma in vero non si fa altro che pavoneggiarsi e gingillarsi con futili discorsi e molte parole altrui spesso senza avere la minima cognizione di cosa davvero significhino interiormente quelle parole (dicesi copia-incolla); perché, sinceramente, questi “vanesi” della filosofia, non sono in grado di comprendere che prima di tutto viene l’esperienza, poi l’interiorizzazione di essa, in seguito il progresso interiore e solo in fine le parole che descrivono il processo. Pronunciare e ripetere quelle stesse parole che descrivono l’esperienza non conduce affatto a quell’esperienza. Sarebbe come passeggiare dentro una discarica in cerca di frutta fresca raccogliendo bucce a destra e a sinistra: il frutto è già stato mangiato e digerito e qui ci sono solo le bucce! Chuan-Tzu disse: “Potrò mai incontrare qualcuno che dimentica le parole e dialogare con lui?”. Come dire: Potrò mai mangiare frutta con qualcuno che getta le bucce e non le conserva venerandole?

25/mag/2018            Claudio Panicali

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