Si, pratichi ma, quali risultati hai ottenuto? Chiodi.

  Giusto in questi giorni, dialogavo in chat con una ragazza. Lei mi diceva d’essere afflitta da molti dolori, nella sua vita. Diceva di non poter perdonare chi le ha fatto violenza e causato sofferenza in passato. Al che, ho consigliato che “E’ necessario il Perdono. Non il perdono dell’altro, ma il perdono di noi stessi, per il fatto di continuare a causarci tanta sofferenza, perpetuando in noi, quei soprusi e, in questo modo, rinnovando, giorno dopo giorno, quel dolore, questa sofferenza che ne viene. Il perdono più difficile è quello di noi stessi, sempre”. Lei mi risponde di essersi già perdonata, ma che non può perdonare “quello”. Da queste sue ultime parole, capisco che c’è molto “fraintendimento”, manca chiarezza interiore su come stanno davvero le cose.
   Poi mi racconta i suoi mali passati, lungo tutta la vita e molto pesanti, poi aggiunge: “Tutta questa sofferenza … non la capisco, a che cosa serve? Non serve a nulla!” Le esprimo i miei dubbi, le dico che, prima di chiedersi a cosa serva la sofferenza, è necessario chiedersi quale sia il senso della vita e trovarlo. Lei, mi dice che apprezza il mio consiglio ma che, tuttavia, sono più di trent’anni che si occupa di Spiritualità, Occulto, Religioni, etc. e oggi, sta daccapo. Non ho replicato oltre: ho sentito che c’era una totale chiusura, inoltre, non è mia abitudine insistere. Se lo vorrà, potrà sempre scrivermi ancora. Forse, leggendo qui, potrà ricavarne qualcosa di utile, glielo auguro. Il punto principe del discorso è ancora la dualità, la divisione e il contrasto fra se stessi e l’altro, fra se stessi e il mondo.
   La meditazione, lo studio delle religioni, l’occultismo, le discipline ascetiche, le arti marziali, l’alchimia, la vita quotidiana, sono tutte entità che puntano ad un solo obiettivo: trascendere la dualità. Come dire: “se non hai superato la Porta Senza Nome, se ancora sei preda dello scontro fra te stesso e la vita, come puoi pretendere che la tua sofferenza e il tuo dolore abbiano fine?” Questi ultimi hanno una causa e sei proprio tu. Puoi forse incolpare qualcuno per la tua situazione, se ti arrendi, se non fai nulla per migliorarti, per uscire dalla tua condizione di dipendenza? Non pensare più all’altro, nemmeno fosse Dio in persona, devi solo vedere il tuo errore fin qui, questo sarà già il tuo perdono, questo sarà già la tua redenzione, questo è già l’inizio del cambiamento, per sempre.
   Queste ultime parole, significheranno qualcosa solamente per chi ha vera intenzione di superare il dolore, per tutti gli altri, è brutale dirlo, il dolore li fa sentire vivi. Alcuni di questi ultimi, invece, semplicemente soffrono d’inedia. La sofferenza, quindi, come parte della propria vita. Mi viene in mente, a tal proposito, una scena del film “Blade Runner”, quello con Errison Ford e Rutger Hauer, per intenderci. In una delle scene finali, quando, l’androide Roy, sente che sta vivendo gli ultimi istanti della sua vita-a-termine-programmato. Prende un grosso chiodo arrugginito, se lo pianta nel palmo della mano e lo rigira nella ferita per provare il dolore che lo tiene in vita ancora qualche altro istante.
   Ecco, questo, trasposto sul piano umano è follia. Eppure è la condizione comune. Possiamo fare una scelta: “Pillola azzurra, fine della storia; domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio”, dal film “Matrix”, discorso iniziale da Morpheus a Neo. Non è rilevante pensare a Matrix o a dove sia, non è per nulla importante, quello che conta è: “Da quale parte vuoi stare? Quale Porta scegli? Rimani nella tua dualità dolorosissima o scegli di trascendere la “realtà” delle apparenze e delle sofferenze?”

25/dic/2018                 Claudio Panicali

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